Patroclo e Achille

Patroclo e Achille

Testo di
Fabio Casano

Regia di
Gennaro Maresca

con
Achille – Giampiero de Concilio
Patroclo – Alessandro Palladino

Costumi – Alessandra Gaudioso
Scenografia a cura degli allievi di Professione Teatro

Assistente alla regia – Sonia Ricco
Aiuto regia –
Antonio Somma
Organizzazione generale –
Roberta De Pasquale

Durata | 45 minuti
Foto |
 Vincenzo Antonucci

Selezionato per Premio alle arti sceniche “Dante Cappelletti” – XII Edizione e Circle Festival – con il sostegno di MIBAC e SIAE per l’iniziativa “Sillumina”.

 

Partendo dall’idea di contrasto, la scena mette in evidenza continue opposizioni: tensione e respiro, cromatismi pop e marmo greco, il ferro e la plastica. Tutto in un gioco continuo di tira e molla, di spinta e abbraccio, sussurri e grida. Patroclo e Achille.

Lo spazio è un buco nero ai cui bordi si muovono due giovani materie, esili ma forti nell’impeto. Un cerchio di sabbia sovrastato da un telo di tenda è il mondo che li accoglie in questi nove anni di silenzio, di attesa, e che, nella pièce, diventa filtro sottile attraversato dalla luce; dei tagli, come tagli di lama saranno la finestra sul mondo, sul giorno e la notte.

Fuori dal cerchio, fuori dal tempo dell’infanzia a Sciro, Achille si scontra non solo con Patroclo e quindi con le sue responsabilità di uomo e divino insieme, ma con molteplici elementi costitutivi proprio di quel periodo: la guerra, che in scena diventa una spada di legno (la stessa con cui giocava da bambino); l’acqua, un elemento peculiare di Achille, il suo battesimo a tallone scoperto, il suo essere figlio di una ninfa del mare, la sua sete. Umana. Il suo continuo bisogno di lavarsi; il fuoco appunto, in contrapposizione all’elemento liquido e attinente alla dinamica di Patroclo, che richiama al dovere l’amico e fratello Achille, che lo richiama alla saggezza e al credo nel disegno delle stelle. Lo richiama ad un fato possibile, ad un mondo precostituito dalle stelle.

 

 

In un punto della scena è presente l’armatura, oggetto della vicenda e celebrazione all’umano, varco attraverso cui Achille sfoga i propri risentimenti, reperto statuario che dall’infanzia prende il gioco del mascherarsi, dell’imbrattarsi per diventare altro e si completa, nell’opera, della presenza di Achille che con l’armatura diventa Elena, cosciente e turbato, attivando un gioco crudele che gli serve per ribadire a Patroclo la sua volontà di lasciar perdere, di minimizzare una storia di guerra e sangue facendola diventare un’ ossessiva voglia di sfuggire alla gloria eterna.

Tutta la pièce è costruita partendo dal ritmo e dall’andamento che prende lo svolgersi della storia. Dalla prima battuta – “impara qual è il ritmo che governa gli uomini” – comincia una sorta di flusso di coscienza che ci fa assistere al momento “mitico” della vita di Patroclo e Achille. Esistenze cadenzate dal trascorrere delle ore e che li vede coinvolti in un gioco opprimente con la realtà.

Patroclo e Achille si muove in tutte le dimensioni del tempo e dello spazio, indaga la sfera esistenziale applicabile a diverse ere dell’uomo, la scintilla è quella vicenda e quel mondo lontano del racconto di Omero, in equilibrio tra l’arcaico e il contemporaneo, tra poesia e concretezza. Scoprire quanta voce porta con sé quel mondo e quante vibrazioni ancora produce pur inventando una storia che di quel mondo vuole svelare il non detto, quella notte in cui, in tenda, Patroclo e Achille sono rimasti soli.