Il Discorso

Il Discorso

Scritto e diretto da
Gennaro Maresca

con
Paolo – Gennaro Maresca
Davide – Fabio Casano
Teresa – Gabriella Murano
Anna – Maria Cinzia Mirabella

Assistente alla regiaFabio Casano
Scenografia – Giovanni Paolo Casano
Organizzazione generale – Roberta De Pasquale

Musiche da Gianni Morandi e Paolo Conte
Durata | 20 minuti
Foto | Flaviana Fascogna

Selezionato per La corte della formica – IX Edizione.

Trovandomi nel duplice ruolo di autore e regista de Il Discorso, non ho potuto fare a meno di immaginare il testo e la messa in scena come un unico corpo: ad ogni battuta una particolare, rarefatta, precisa atmosfera; ad ogni momento, ad ogni luce immaginata, una parola, una battuta inequivocabile. L’idea del testo è nata dalla curiosità di osservare e mettere in scena, appunto, due punti di vista diversi, ma anche dalla necessità di raccontare storie di donne che mi è capitato di ascoltare sul serio. In scena quattro personaggi: due donne, una insegnante precaria sui quaranta anni e una cameriera di provincia di sedici anni e due uomini, un trentenne e un ventenne.

In questo percorso parallelo, drammaturgico e registico, ho deciso di dare l’impronta della rarefazione: il linguaggio delle donne, reso attraverso dei monologhi, sarà assai diretto ed essenziale, potremmo dire cinematografico, nella dimensione in cui si considera il termine come realistico, quotidiano; i dialoghi dei due ragazzi più fatui, inclini ad un certo esistenzialismo ma sempre stemperato da una leggerezza ed una acerbità tutta giovanile. Alla realizzazione del testo in questa ottica rarefatta, la regia è interessata a cogliere appunto l’essenziale, attraverso un disegno luci esiguo, all’interesse per la penombra (soprattutto nei pezzi delle due donne), alla minuziosa ricerca di un’atmosfera precisa che anche nella pausa, possa far emergere il tratto psicologico dei personaggi.

Come ho detto in precedenza, questa è la storia di due punti di vista e, senza voler svelare troppo, è bene dire che i quattro personaggi sono tutti legati dallo stesso destino o per meglio dire senza usare termini romantici, dallo stesso percorso: in qualche modo si sono incontrati, in qualche modo hanno respirato la stessa aria, abitato la stessa stanza, usato la stessa parola, ricordato lo stesso giorno ma senza mai incrociare i loro sguardi, senza mai essersi sfiorati. In queste note non ho voluto svelare troppo del testo non perché sia un capolavoro da custodire gelosamente ma, come quando si vuole accendere nello spettatore la più vivida curiosità, perché presenta un finale con un fievole, oserei dire indifeso, colpo di scena. Nei venti minuti del corto i personaggi sembrano allo sbando. Ognuno alle prese con le proprie realtà, fantasie, ossessioni, piaceri, visioni. Basti sapere che tutti sono attorcigliati nella stessa storia.

Il colpo di scena, presente nella parte finale del testo, è stato funzionale alla regia. Affidandomi a questo “climax drammaturgico”, anche la scena avrà un crescendo; all’inizio i personaggi sono presentati volutamente in un tratto di estraneità, la quotidianità è quasi spiazzante, si vuole portare lo spettatore al pensiero che non stia succedendo assolutamente nulla ma, verso il finale, il cerchio si chiude e tutto viene ricollegato. In questo crescendo luci, azioni, suoni, interpretazioni, avranno man mano più completezza, più unitarietà, fino a rendere un raccordo pieno e diretto.

Il lato più stuzzicante della regia è stato rendere questo crescendo nell’ interpretazione dei personaggi. Ai due uomini ho voluto dare all’inizio il senso di una disillusione dilagante, di un’ingenuità del bambino che scopre, della curiosità maliziosa dell’adolescente che comincia a farsi domande “da grandi” e che nel finale presenta risvolti ossessivi, temi legati al senso della libertà.
Per le due donne il ragionamento si è scisso in due, essendo le protagoniste divise non solo per età ma anche per generazione. Anna, la professoressa quarantenne, è una donna di oggi, emancipata, consapevole delle sue scelte, forte; sarà accompagnata da luci in taglio, in una scena sarà in abiti succinti e il suo modo di parlare sarà profondo e sensuale all’inizio, duro e liberatorio alla fine. Teresa, la cameriera sedicenne, è una di quelle ragazze di provincia che negli anni sessanta (questa la collocazione temporale che mi è piaciuto darle) se appartenenti a famiglie disagiate, dovevano lavorare tanto e sodo, a lei ho voluto affidare il duplice compito della bimba trasognata e insieme della ‘donna che la vita deve prenderla a morsi’; guarderà sempre dritto davanti a sé e la crudezza della sua parlata in dialetto si affiancherà a due occhi luminosi e profondi, ad intonazioni fanciullesche. La scelta musicale è stata consequenziale ai caratteri appena descritti. Ad Anna ho affidato lo charme tutto italiano di Paolo Conte che, con la canzone “La Frase”, accompagnerà una scena d’amore tra lei e il marito; Teresa intonerà in una scena la novena alla “Madonna della Grazie” e ho voluto immaginarla come una piccola madonna bianca che tira su dal naso, tira le reti in mare, degna di una devozione spirituale.

Tutti e quattro i personaggi legati nell’esistenza. Anch’io, da spettatore, li ho osservati con insistenza. Mi è venuto da chiedermi in quale forma d’amore queste esistenze si sono dispiegate. Quali nenie hanno cantato. Al di là di quale vetro hanno alzato la mano per salutarsi. In quale incontro si sono abbracciati. Se mai si sono incontrati.